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Chi è Virginia Oliveri Atleta Testimonial 2018 del Trofeo Leone di Caprera?
Chi è Virginia Oliveri Atleta Testimonial 2018 del Trofeo Leone di Caprera?
Virginia Oliveri Atleta Testimonial 2018 del Trofeo Leone di Caprera

Chi è Virginia Oliveri Atleta Testimonial 2018 del Trofeo Leone di Caprera?

Leggete questa chiacchierata intercontinentale ai tempi di WhatsApp per scoprire un’atleta pura, che trova nella corsa il piacere del benessere, della condivisione con chi ama e della sfida per migliorarsi. Tutto in un perfetto equilibrio tra corpo e mente, grazie a un suo piccolo segreto. L’intervista è stata realizzata da Sara Taiocchi.

Virginia, raccontaci qualcosa di te: sappiamo che sei Argentina, ma dove ti senti a casa?
Ho un doppio passaporto italiano e argentino, per questo ho potuto scegliere di correre per la Nazionale italiana. Di fatto, sono nata in Argentina, ma la mia famiglia è tutta italiana, così come quella di Pablo e di molti altri qui in Argentina. In questo momento ci troviamo in Argentina, un luogo a cui siamo indubbiamente affezionati per la famiglia, gli affetti, ma la nostra casa è in Italia, qui veniamo per le vacanze. 

Che cosa vi ha portati in Italia, come ci siete arrivati?
Io e Pablo abbiamo girato il mondo. Eravamo giovanissimi, ventenni e insieme abbiamo visitato tanti paesi (34/35 nazioni), affrontando viaggi lunghissimi, raccogliendo esperienze di ogni tipo e lavorando qua e là. Abbiamo vissuto di tutto: abbiamo abitato in un kibbutz in Israele, raggiunto il campo base dell’Everest seguendo le sole indicazioni di una guida turistica ed eravamo in Thailandia durante lo Tsunami. A volte affrontavamo viaggi estenuanti in treno o in autobus, realizzando che le stime sui tempi di percorrenza erano totalmente sbagliate. Stanchi, comprammo delle biciclette, cominciando a macinare chilometri, ma stare dietro a Pablo, che è sempre stato più sportivo di me, non era facile. Infine, siamo arrivati anche in Italia. Mio zio era sindaco di un piccolo paesino ligure: arrivati lì ce ne innamorammo. Mio zio ci sposò e la Liguria da allora è diventata la nostra casa. E’ qui che abbiamo visto il primo atleta correre in salita e la cosa ci sembrò così originale.

E’ qui che hai quindi iniziato a correre?
Io avevo un passato di ballerina classica, mentre Pablo, come ho già detto, è sempre stato sportivo, anche se nessuno di noi due aveva mai corso prima del 1999. L’unica mia esperienza di corsa fu in Irlanda, quando Pablo si dedicava al nuoto e io, che allora dovevo perdere peso, corrichiavo sul tapis roulant. Abbiamo iniziato con le corse su strada, raggiungendo gradualmente piccoli grandi obiettivi e dai 5 km siamo arrivati a correre le gare di 24 ore.

Quando è avvenuto l’esordio nel trail?
Al tempo, in Italia, il trail ancora non esisteva. Nel giugno del 2006 decisi di correre la Cro Magnon e, aiutata dal mio vivere la montagna correndo – mai camminando – la vinsi con Olmo, in testa alla gara maschile. Da allora conserviamo una forte amicizia con Marco. Erano davvero gli albori del trail, non sapevamo nulla, eravamo tre ragazzini impreparati, io e Pablo non eravamo assolutamente montanari e non avevamo nessun tipo di conoscenza, tanto che corsi la gara con una semplice maglietta. Non ho smesso di correre su strada, ma il trail rappresentava sicuramente la mia vera passione. Terreni sempre diversi, la fatica e l’allenamento per la salita, così come il miglioramento della tecnica in discesa. A settembre ci invitarono all’edizione zero del trail Le Porte di Pietra, il primo vero trail italiano. Era un mondo completamente diverso dal trail di oggi e noi abbiamo avuto la fortuna di viverne gli inizi.

Raccontaci meglio, perché era diverso?
Era davvero un altro mondo. Direi che si potrebbe tracciare una linea di confine dal 2010 in poi. Ad esempio in quell’anno, arrivò il nostro primo vero sponsor, ma prima di allora non c’era mai stata una collaborazione effettiva. Quando tornai al trail dopo la gravidanza, non riconoscevo più l’ambiente che avevo lasciato e fu molto difficile ripartire. Era cambiato l’approccio: c’erano un sacco di trailer, alcuni fortissimi, ma che dopo un anno scomparivano dalle gare, altri che vivevano la corsa in maniera molto differente da come eravamo abituati. Prima si correva davvero forte e io riuscivo a vincere tantissimo.

Come hai accennato, fu un passaggio delicato anche per la nascita di tua figlia. Com’è stato riprendere dopo la gravidanza?
Molto dura. Il corpo ha bisogno di tempo e io invece ero abituata a vincere tutto. In più, erano cambiate tante cose, anche per noi in quanto genitori e quindi con Pablo abbiamo preferito cercare di dare un senso al nostro correre, continuando ad “esserci“, senza focalizzarci troppo sulle prestazioni, ma sulla possibilità di poter continuare a fare gare. Per noi l’approccio alla corsa è sempre stato un po’ diverso.

Parlaci di questo, del tuo modo di vivere la corsa…
Non ho mai seguito una tabella, non ho mai avuto un allenatore, ma correndo da tanto tempo ho imparato, insieme a Pablo, a conoscere il mio corpo, a capire come gestire le forze, allenandomi secondo le mie sensazioni, senza mai fare uscite lunghissime. Entrambi corriamo tante gare e le meno importanti diventano allenamenti per gli obiettivi di stagione, cercando sempre di conciliare il trail alla strada, cosa assolutamente non facile. Se nel trail non c’è davvero un passo uguale all’altro, su strada è necessario mantenere un ritmo costante per ore e ore, scandito da passi tutti uguali.

Cosa ne pensa il tuo sponsor? Hai libertà o ti vengono imposti dei risultati da raggiungere?
Con Salomon c’è sempre stato un rapporto molto tranquillo. Corriamo con loro fin dagli inizi, quindi ci hanno sempre coinvolti e considerati dei riferimenti per consigli e spunti. Non ho mai sentito pressione da parte loro, riceviamo il materiale tecnico, nel team ci sono professionisti che si occupano di raggiungere risultati, ma non è il nostro caso.

Trovi che in Argentina l’approccio alla corsa sia diverso?
Non ho un’esperienza diretta della corsa in Argentina, ma quello che posso dire è che in Italia si corra ancora per la passione di farlo. In ARgentina, spesso, molti concludono una stagione brillante e questo li spinge poi a dedicarsi alla corsa per altri fini, come vendere qualcosa o creare gruppi di allenamento (sotto compenso o per scopi commerciali, ndr). In itali a, chi corre ha un altro lavoro e dalla corsa non ottiene nulla in termini economici, forse del materiale tecnico. Questo garantisce che chi la pratica, lo faccia solo per piacere. Allo stesso modo, noi che veniamo dal mondo delle Ultramaratone, in cui non si porta a casa nulla, abbiamo mantenuto la stessa voglia di correre per il semplice gusto di poterlo fare.

E il trail? E’ molto diffuso?
Il trail è esploso molto recentemente. Quindi c’è una vera e propria riorganizzazione per cercare di formare una struttura seria, in modo da dare più importanza anche al mondo delle Ultra, che fino a qualche anno fa, qui non esisteva.

Qual è la gara o la prestazione che ti è rimasta nel cuore?
La Spartathlon (246 km!, ndr). Pablo l’aveva corsa e nel 2015 ho voluto farla anch’io, ma al 200° km, la mia testa è saltata. Ho capito fin da subito che era un fattore psicologico, perché non ci si ritira quando mancano 200 chilometri e se ne sono corsi 200! Dopo un anno di preparazione, di sacrificio e di voglia di fare bene, una contrattura 10 giorni prima della partenza mi ha bloccata: non potevo nemmeno camminare. Mi sono fermata e sono riuscita a recuperare, chiudendo la gara della mia vita che, a prescindere dal buon piazzamento, è stata un’esperienza totale. Una vera grande sfida con se stessi, di controllo, di ottimizzazione, perché in gare del genere può succedere di tutto, in qualsiasi momento.

La corsa, gli impegni, il lavoro… Sappiamo che c’è un’altra sfera a cui tieni molto: lo yoga. Ti va di parlarcene?
Lo yoga è un vero toccasana, me ne accorgo quando non lo pratico per un po’, dovendo poi fare i conti con il mio corpo bloccato. L’hatha yoga vinyasa è una pratica molto forte e io cerco di sfruttarla per rinforzare i muscoli fondamentali per la corsa, come addominali e lombari e per allenare l’equilibrio. Mi concentro soprattutto sul piano fisico, ma inevitabilmente, lavorando sul corpo fisico e sul respiro, ci si eleva, la mente si distende, si svuota dai pensieri e dalle tensioni. Lo yoga insegna il valore della pazienza e della costanza, essenziali per ottenere dei risultati, contrariamente al bisogno del tutto e ora della generazione di oggi. Bisogna lavorare sodo, poi arrivano le soddisfazioni e questo è fondamentale anche nella corsa.

Perché lo consiglieresti?
A volte capita di tenere qualche lezione nell’hotel in cui lavoro come receptionist e quello che mi interessa trasmettere è davvero l’aspetto benefico della pratica. Per noi che corriamo è importante trovare un’armonia tra corpo e mente, perché spesso si rischia di esporre il fisico a degli stress troppo forti. Lo yoga aiuta e insegna a prendersi cura del proprio corpo, che rappresenta il nostro tempio, cioè qualcosa da rispettare. Lo yoga rientra nella mia visione di stile di vita sano, salutare e naturale.

Ti piacerebbe che vostra figlia seguisse le vostre orme?
Camilla sceglie da sé ed è giusto che così accada. Succede da quando avevo provato a indirizzarla verso la danza, essendo una fanatica della schiena! Credo che sia essenziale avere un’ottima postura, perché la schiena è il nostro sostegno e la danza è un grande aiuto, per me lo è stato. A lei però non piaceva e non avrebbe avuto senso forzarla. Allo stesso modo, non le abbiamo mai proibito di mangiare qualcosa, pur essendo praticamente vegani. Il suo mondo è fatto di sport, di corsa, di yoga, ma per lei è del tutto normale. Lo è sempre stato, perfino prima che nascesse, quando correvo e facevo yoga con lei nel mio grembo. Probabilmente arriverà da sola allo sport e se accadrà sarà una sua scelta.

Quali saranno i tuoi passi nella stagione del 2017 quali già percorsi, ma ancora da migliorare?
Ricorrerò la Spartathlon e un mese prima ci sarà la CCC. Mi piacerebbe fare bene questa gara, anche se so di non essere abituata a queste montagne. Deciderò con Pablo una buona strategia per arrivare in fondo e supportata dall’esperienza di tante gare, dove ho imparato a gestire il caldo, la fatica. A luglio ci sarà il mondiale di 24 ore e penso di aver raggiunto una maturità atletica per poter migliorare il mio personale (209 km). Tuttavia, come ho imparato sulla mia pelle, affronterò ogni appuntamento con grande rispetto, senza la presunzione di poter fare meglio, perché ogni stagione è diversa e i risultati non sono mai scontati.

Sara Taiocchi

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